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di benestanti, e sputava sul pavimento dicendo a Columba e a zio Remundu:

— Il mio padrone è un’aquila, mettetevelo bene in testa: anche quando sembra distratto è come l’aquila che ha le ali piegate e par che dorma, e invece pensa a spiccare il volo. Ora dovete anche sapere che egli è dritto come quel bastone vostro, zio Remu! Dritto! Non si piega nè da una parte nè dall’altra: è buono, ma quando sa che una cosa è ingiusta non perdona neanche se gli cavate gli occhi.... Ora dovete sapere....

— Sappiamo tutto! — disse Columba con voce quasi irritata; ma il servo non si offese, anzi la guardò con rispetto, poichè ella parlava come fosse già la moglie legittima di Zuampredu Cannas.

Ma dopo un momento egli cominciò a enumerare le cose che possedeva il suo padrone, gli alveari, i capi di bestiame, il frumento che aveva in casa, tutte le sue ricchezze e la sua abilità. Banna, sopraggiunta, ascoltava immobile fingendo un interesse straordinario e dando ogni tanto in gridi di ammirazione che irritavano Columba.

Incoraggiato, il servo cominciò a esagerare.

— Ora dovete sapere che egli, il mio padrone, è forse e senza forse il miglior tiratore di tutta la Sardegna. Egli vede un cinghiale che scappa? Dice: lo voglio ferire sotto l’orecchio; e spara, e anche se il cinghiale è dietro un cespuglio la palla lo ferisce sotto l’orecchio. Una volta, vi racconterò....

Ma il vecchio, toccato su quel tasto sensibile, sorrideva con lieve ironia.

— Ti racconterò io, — interruppe appoggiando le mani al suo bastone lucente, — nei bei tempi, quando le mie ginocchia erano agili come rotelle a cui si sia dato l’olio, un tale fu accusato di aver mirato sul suo nemico senza