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te, posandosi poi sulla chiesa, poi sulla ragazza dal corsetto giallo, finalmente su Columba.

Columba sente quello sguardo pungerla come un pugnale, e prova dolore e rabbia sembrandole che la straniera ripeta a voce alta in modo che tutto il paese la senta, le parole dette alla cucitrice: «Come quella ragazza non si vergogna di sposarsi mentre un uomo muore per colpa sua? »

Offesa, piena d’ira, vorrebbe rispondere, ripetere anche lei tutte le proteste e le ingiurie che da giorni e giorni rivolge col pensiero alla straniera; ma non può, una specie di fascino la tiene immobile aggrappata al balcone sotto lo sguardo scintillante della sua nemica.

La sua emozione era tale che ella non si accorse neppure di Zuampredu che la cercava e la chiamava.

— Columbè? Andiamo, che fai lì? Ci hanno già chiamato.

— Guardavo, — disse con voce velata, come uscendo da un sogno.

Lo seguì; ma nel corridoio, nella sala d’ingresso e in quella delle udienze due scintille vagavano sempre per aria davanti a lei come quei punti luminosi che si vedono dopo aver fissato il sole.

Zuampredu Cannas e il nonno stavano fermi davanti a un tavolo verde: il Segretario seduto dall’altro lato sollevava di tanto in tanto dal suo registro il viso bruno barbuto che faceva contrasto col cranio nudo e bianco, e domandava qualche cosa. Columba, seduta anche lei accanto al tavolo, sentiva le parole del nonno, di Zuampredu, del Segretario, rispondeva quando questi la interrogava, ma col pensiero assente.

Il nonno la toccò lievemente sull’omero come

Deledda, Colombi e sparvieri. 12