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era da paragonarsi a lui, Zuampredu Cannas, forte e robusto (se non agile) come un leone.

E con la calma solenne del leone che va in cerca della sua leonessa smontò davanti alla casa di Columba. Era già, sera; qualche filo di luce usciva dalle casupole silenziose e rischiarava la strada; un ragazzetto — Pretu — scese di corsa dal viottolo della fontana e vedendo il nuovo arrivato si fermò a curiosare.

Columba uscì sul portone con un lume in mano; Banna si affacciò alla finestra.

— Dio ti guardi, Zuampredu Caunas, bene arrivato!

— Come state, piccole donne? — egli domandò rozzo e timido nello stesso tempo.

Eccola, adesso la vedeva bene, intera e distinta, la sua Columbedda: un po’ pallida e seria, ma calma e sicura anche lei come una lionessa. Senza guardarlo, come se si trattasse di un semplice ospite, ella lo aiutava a togliere le bisacce, la briglia e la sella alla cavalla. Non dimenticò neppure di domandare:

— Ha bevuto? O la facciamo bere?

— Ha bevuto, sì, al rio, non ha sete. E zio Remundu?

— Adesso verrà. Entra e siediti.

Con le bisacce in mano egli entrò nella cucina e cominciò a chiacchierare con Banna che gli si aggirava attorno con le mani entro le spaccature della gonna e non era avara di sguardi, di parole, di esclamazioni. Ma al vedovo piaceva assai più il contegno taciturno di Columba. Ecco una donna che non avrebbe perduto tempo con le sue vicine di casa.

Ma rientrato il vecchio, Zuampredu non diede più attenzione alle donne. Dal canto suo zio Remundu lo fissava con affetto e con ammirazione, stringendogli forte la mano.