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muove nell’immensità deserta del paesaggio sullo sfondo dei vapori azzurri e rossi dell’orizzonte. Anche le macchie e le pietre formano un solo profilo nero su quello sfondo sempre più rosso; è il crepuscolo, l’ora delle fantasmagorie; ma il fidanzato conosce bene la strada e va dritto, con le mani sul pomo della sella, gli occhi pieni della visione calma e lucida del suo mondo interno. Il suo mondo interno è la distesa delle «sue tancas» coperte d’erba, di asfodelo per pascolo, di quercie sugherifere, popolate di vacche, di vitelli, di giovenchi, di servi, di cavalli, di cani; in fondo sorge il villaggio nero, con la «sua» casa, il granaio, le cucine, il cortile, l’orto. Anche la figura di Columba anima questo mondo, un po’ incerta però, come velata. Ma a misura che egli s’avvicina al villaggio, che ne vede i lumi e sente qualche voce lontana, la figura si fa più distinta, s’ingrandisce, si muove.

«Sarà contenta dei doni? — egli si domanda quasi con tenerezza. — Non è molto allegra, Columbedda, ma meglio così. Anche l’altra, la beata morta, era una donna seria. Ma era sempre malata, piccola meschina; mentre Columba è sana, agile. Farà molti figli; il primo lo chiameremo Zuanne Zoseppe, come mio padre; il secondo Remundeddu. Se avremo sei figli a ciascuno toccherà una metà di tanca e venti vacche figliate e qualche altra cosa; eppoi il patrimonio aumenterà, perchè Columbedda è seria e solerte e non ha bisogno di rimettersi in mano alle serve, come fanno tante altre. Inoltre, Dio aiutandoci, i ragazzi potranno sposarsi bene».

Egli si vedeva già circondato di figli agili e forti come lioncini: questo era stato sempre il suo sogno, l’unico dispiacere che aveva turbato il suo primo matrimonio. È vero che anche Banna non aveva figli; sì, ma il marito di lei non