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che aveva conosciuto a Nuoro e ricordava i piccoli orti chiusi da muricce a secco, coperti dai grandi fiori duri e pallidi dei cavoli e dalle capigliature verdi dello zafferano. Qua e là appariva l’occhio azzurro d’un giacinto e brillava l’oro bruno della violaciocca: ma per cercare le violette la persona che le aveva colte doveva essersi curvata lungo un sentiero dorato dal sole e annerito dall’ombra degli elci, nella pace del monte Orthobene. Chi era? E se era un uomo? E se era una povera serva? O una bambina scalza che si trascinava addietro un fascio di legna?

Chiunque fosse, Jorgj si sentiva legato al benefattore sconosciuto. Legato, legato per tutto il resto dei suoi poveri giorni. Qualcuno gli aveva gettato il laccio da lontano senza farsi vedere, come il piccolo mandriano che nei crepuscoli di primavera nascosto fra i cespugli getta il laccio al puledro indomito.



Il ritorno del servetto lo scosse.

— Zio Jò, dormite? Adesso accendo il lume. Che occhi avete; sembra che abbiate la febbre. La levo la cassetta?

— No, lasciala lì.

— E se viene il dottore, dove si siede? E che dirà? Gli faremo veder tutto? Ah. — aggiunse curvandosi sulla cassetta, — che odore di roba buona! Però adesso è quaresima e bisogna digiunare. Il prete oggi ha fatto una predica così bella, ha detto mia madre, che tutti stavano a bocca aperta. Persino tutte queste diavolo di donne che stanno qui intono ci vanno. Solo Columba non ci va. io non so perchè. Domani ar-