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Il vecchio si mise a sedere e si grattò la guancia.

— Maledetti sieno i sette peccati mortali! Se vedo Martina Appeddu le rompo i denti e le dico: potevi fare a meno di tormentare quella ragazza. Va alla forca, vecchia cornacchia!

Il gallo cantò ancora, ed egli si alzò, riaprì la porticina, andò a guardare il cavallo nel cortiletto silenzioso sotto le stelle verdognole che parevano scosse dal vento.


III.


Non essendo riuscito ad avere il «sonette» Pretu si contentava di certi minuscoli pifferi fatti da lui con grossi steli d’avena. Seduto sul ciglione sopra il quale s’apriva la porticina di Jorgj, egli suonava il motivo del ballo sardo o dei «Gosos»1 di San Francesco e il ronzìo della sua «leonedda»2 si confondeva con quello dei mosconi.

Era il meriggio. Grandi nuvole bianche passavano davanti al sole e tutto il panorama di valli verdi e grigie chiuso dalla linea violacea dell’altipiano pareva sonnecchiasse; ma di tanto in tanto il sole tornava a risplendere; l’erba allora e le macchie scintillavano e tutto il paesaggio si scuoteva al vento come svegliandosi all’improvviso.

Anche Jorgj sonnecchiava, ma ogni tanto si scuoteva e il ronzìo dei pifferi gli faceva tornare in mente certi versetti del suo libriccino.

  1. Laudi sacre.
  2. Piffero.)