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to quando gli porteran via la sua ala; tu piuttosto, Columba mia, tu piangerai.... Cosa ne dici?

Ma invece di rispondere Columba domandò: «— Quanto è il vostro avere? — e aprì il cassettone per prendere i denari.

— Stai per partire, che vuoi pagarmi subito? C’è tempo! — esclamò zia Martina, riprendendo il suo canestro e la salvietta e fingendo di volersene andare.

Allora la fanciulla la prese per il braccio e la ricondusse in cucina.

— No, prima vi darò il caffè. Sedetevi lì, e non movetevi.

Mentre ella preparava il caffè, la donna seduta per terra accanto alla sua corbula, con le gambe incrociate all’araba e le mani composte in grembo sotto la gonna nera che le serviva da mantello, riprese a chiacchierare. Come quasi tutte le donne del paese parlava con accento drammatico esagerando le sue espressioni di meraviglia, di collera, di pietà, mentre sul suo viso jeratico le mobili sopracciglia nere disegnavano ora un cupo sdegno, ora una tenerezza umile e profonda.

Dapprima fu una lunga lauda allo sposo, alle sue ricchezze e alla sua bontà, poi un fiero commento alle critiche dei malevoli, infine un’altra lauda a zio Remundu alla «vecchia aquila» astuta e forte e a Banna e a suo marito.

— Poche donne rassomigliano a Banna tua sorella: buona moglie, buona sorella, non si lascia vincer da nessuno per sveltezza di mani e di lingua. È veramente una donna, quella!

— Ed io che cosa sono, zia Martì? Un uomo? — domandò con ironia Columba, curvandosi davanti alla donna col vassoio in mano; ed ella non aveva finito di parlare che già zia Martina