Pagina:Deledda - Cattive compagnie, Milano, Treves, 1921.djvu/110

100 cattive compagnie


praticava senza scrupoli, avida di godere l’attimo fuggente. Nei primi giorni dopo il suo arrivo, la sua attenzione fu presa da alcune figure d’uomini, che si distinguevano tra la piccola folla brutta dei pescatori e dei facchini del porto. Uno era appunto un facchino, un Ercole di una bellezza e di una forza ammirabili; un altro una guardia doganale, d’una bellezza femminea. Ma la guardia non vedeva che i velieri e le barche in arrivo, e il facchino, sotto il peso dei sacchi di grano che curvavano il suo dorso nudo, non badava che al punto dove metteva i piedi. Un giorno il veliero parti, e l’Ercole andò a caricar carbone in cima al molo; e anche la guardia fu cambiata.

Barbara si annoiava. Ella aveva condotto con sè una vecchia donna di servizio; suo padre veniva a trovarla solo la domenica: era un alto funzionario, un uomo grasso e calmo, d’umore gioviale; un vedovo che non si desolava più per la morte della moglie. Quando arrivava lui, tutto il villaggio lo sapeva. Egli cantava, scherzava con tutti, e si permetteva anche di abbracciare la marinaia e di invitarla a ballare. Ma partito lui, il silenzio, interrotto solo dal rumore delle onde, invadeva la casetta. E Barbara si annoiava a morte. Per distrarla alquanto venne la tempesta: le onde si