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linea azzurrognola e lattea dell’orizzonte. Ma al di là l’occhio spaziava sul verde, e i gruppi dei cavalli e dei puledri rendevano più grandioso il paesaggio.

Il suono della fisarmonica arrivava fin laggiù; il motivo saltellante e voluttuoso richiamava alla danza, ma a volte si mutava in lamento, come stanco di gioia, come rimpiangendo il piacere che passa e gemendo per l’inutilità di tutte le cose: allora anche l’occhio melanconico delle giumente pareva pieno di una dolcezza nostalgica.

Efix si fermò un momento in mezzo a un gruppo di paesani del Nuorese: le donne sedevano in fila davanti alle capanne, aspettando l’ora della messa cantata, e i loro corsetti di scarlatto davano un tono rosso all’ombra del muro.

Ma la messa tardava. Su nel belvedere i preti ridevano e il vassoio di Natòlia passava e ripassava scintillando fra l’azzurro e il nero.

Efix trovò la capanna deserta: le padrone erano in chiesa ed egli andò a cercarle, ma si trovò preso in mezzo fra don Predu, il Milese e Giacinto, davanti a un rivenditore di vino, e vide tre bicchieri gialli intorno al suo viso.

— Bevi, babbèo!

— Per me è presto.

— Non è mai presto per un uomo sano. O sei malato?

Don Predu gli battè così forte alle spalle