Pagina:Deledda - Canne al vento, Milano, 1913.djvu/75


— 67 —

sentito ciò che veramente era, straniero in mezzo a gente diversa da lui; ma adesso vedeva le zie servirlo premurose, il servo sorridergli come ad un bambino, le fanciulle guardarlo tenere ed avide, — sentiva la cantilena della fisarmonica, intravedeva le ombre danzanti al chiaro del fuoco, e s’immaginava che la sua vita dovesse trascorrere sempre così, fantastica e lieta.

— Adattarsi, bisogna, — disse Efix versandogli da bere. — Guarda tu l’acqua: perchè dicono che è saggia? perchè prende la forma del vaso ove la si versa.

— Anche il vino, mi pare!

— Anche il vino, sì! Solo che il vino qualche volta spumeggia e scappa; l’acqua no.

— Anche l’acqua, se è messa sul fuoco a bollire, — disse Natòlia.

Allora Grixenda corse là dentro, prese per il braccio la serva e la trascinò via con sè.

— Lasciami! Che hai?

— Perchè manchi di rispetto allo straniero!

— Grixè! Ti ha morsicato la tarantola chè diventi matta?

— Sì, e perciò voglio ballare.

Già alcune donne s’eran decise a riunirsi attorno al suonatore, porgendosi la mano per cominciare il ballo. I bottoni dei loro corsetti scintillavano al fuoco, le loro ombre s’incrociavano sul terreno grigiastro. Lenta-