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Anche lei aveva finito di cenare e per non perder tempo si mise a filare al chiarore del fuoco.

Allora fra lei, le dame, la ragazza e le donne dentro cominciò la solita conversazione: come al paese durante tutto l’anno parlavano della festa, ora alla festa parlavano del paese.

— Io non so come avete fatto a lasciar la casa sola, comare Kallì: come? — disse una ragazza alta che portava sotto il grembiale un vaso di latte cagliato, dono del prete alle dame Pintor.

— Natòlia, cuoricino mio! Io non ho lasciato in casa i tesori che ha lasciato in casa sua il tuo padrone il Rettore!

Corfu ’e mazza a conca!1 E allora datemi la chiave. Vado e frugo, in casa vostra, eppoi scappo nelle grandi città!

— Tu credi che nelle grandi città si stia bene? — domandò donna Ruth con voce grave, e donna Ester che aveva vuotato il vaso del latte e lo restituiva a Natòlia con dentro mezza pezza2 di mancia, si fece il segno della croce:

Liberanos Domine.

Entrambe pensavano alla stessa cosa, alla fuga di Lia, all’arrivo di Giacinto, e con sorpresa sentirono Grixenda mormorare:


  1. Colpo di mazza alla testa.
  2. Venticinque centesimi.