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corpo fosse come un sacco vuoto, sbattuto dal vento, lacero, sporco, buono solo da buttarsi fra i cenci.

E i suoi compagni non erano da più di lui. Camminavano, camminavano, non sapevano dove, non sapevano perchè; i luoghi di spasso ove andavano erano per loro indifferenti, non più lieti nè più tristi delle solitudini ove facevano tappa per riposarsi o per mangiare.

Eppure litigavano fra loro, urlavano parole oscene, parlavano male di Dio, si invidiavano: avevano tutte le passioni degli uomini fortunati. Efix, stanco morto, con la febbre fin dentro le ossa, non tentava di convertirli, e neppure sentiva pietà di loro; ma gli pareva di camminare in sogno, portato via da una compagnia di fantasmi, come tante volte laggiù nelle notti del poderetto; era già morto ed errava ancora per il mondo, scacciato dai regni di là.

A Fonni, dove i mendicanti si collocarono nel cortile intorno alla Basilica piena di gente di lontani paesi, egli cominciò a provare un nuovo tormento. Aveva paura di esser riconosciuto, e tentava di nascondersi dietro il suo compagno.

Accanto a loro stavano altri due mendicanti, un vecchio cieco e un giovane che prima d’arrivare s’era punto il petto sotto la mammella destra sfregandovi su il latte di un’erba velenosa per formarvi un gonfiore