Pagina:Deledda - Canne al vento, Milano, 1913.djvu/199


— 191 —

pareva che don Predu fosse anche lui triste, quasi malato, ed esitasse a scendere, con la falciuola scintillante in una mano e nell’altra il tralcio di vite dalla cui estremità violacea stillavano come da un dito tagliato goccie di sangue.

— Aspetta che finisco: o hai fretta d’andartene? — disse don Predu; ma subito si riprese, parve ricordarsi, e scese pesantemente, lasciando che Efix tirasse in là la scala.

— Ecco, — cominciò, quando furono nella stanza terrena piena di sole e d’ombre di rondini, — ecco, io ti devo dire una cosa.... — ed esitava guardandosi le unghie, — ecco, io voglio sposare Noemi.

Efix cominciò a tremare così forte che la mano, sul tavolo, pareva saltasse. Allora don Predu si mise a ridere del suo riso goffo e cattivo d’altri tempi.

— Non la vorrai sposare tu, credo! Ti serbo Stefana, lo sai!

Efix taceva: taceva e lo guardava, e i suoi occhi erano così pieni di passione, di terrore, di gioia, che don Predu si rifece serio. Ma tentava ancora di scherzare.

— Perchè ti turbi tanto? Speri che io ti paghi quello che ti devono? No, sai: tu ti aggiusti con Ester; io non ho che vederci. Eppoi c’è una cosa....

Si raschiò con l’unghia una macchia del corpetto, guardandoci su attentamente.