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i. per una storia della letteratura i85

nome di poesia che tutti i versi latini di quei tempi. Che cosa potesse essere la poesia popolare italiana, possiamo argomentarlo da’ versi di Ciullo d’Alcamo, disprezzati tanto per la loro salvatichezza, condannati da Dante come scritti in dialetto, e che nondimeno mi sembra quasi che si leggano volentieri in mezzo a tante rime noiose.

Sembra che giá innanzi ci siano state poesie con una certa tendenza a scostarsi dal dialetto ed avvicinarsi ad una forma di dire piú delicata e piacevole all’orecchio. Il povero Ciullo ci si sforza anch’egli, e toglie di peso e trasporta in mezzo a’ crudi suoni del dialetto alcune frasi, che troviamo in poesie posteriori e che quivi stanno in contrasto col rimanente. Tali sono: «Pensando pur di voi. Madonna mia»; «Donna cortese e fina»; «Di bon cor t’amo e fino», ecc. Aggiungerò che la maggior parte de’ modi, mutate le desinenze, sono schiettamente italiani...

Prolusione a un corso su Dante.

Ho assistito, giorni fa, a una festa ben singolare, celebrata a Zurigo, con quella viva impressione che prova uno straniero ad uno spettacolo inaspettato. Parevami che quasi tutti i popoli della terra si fossero dati convegno in Zurigo, e, vedendo sfilarmeli davanti nella bizzarria delle loro fogge e costumi, io risi molto di cuore di questa mascherata del genere umano, concepita con tanto spirito, eseguita con tanto brio. Signori, questa festa della Primavera, che Zurigo celebra in un giorno solo dell’anno, noi qui la celebriamo tutti i giorni; poiché che cosa sono o esser debbono queste nostre lezioni se non una immagine vivente dei piú grandi popoli del mondo, che voi vedete sfilarvi davanti in tutto lo splendore del vero?

Cominciando la storia della letteratura italiana del secolo XIV, noi ci dispensiamo dal volgere lo sguardo piú indietro. Onde cominceremo noi? Gli scrittori di simil genere, spingendo l’occhio indietro indietro, si gettano a capo in giú