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la scuola al vico bisi 87

mi veniva in mente. Mi risolsi di dirgli così come era la cosa. E lui a fare le grandi meraviglie. — Come! voi siete il grammatico, avete in corpo tutte le grammatiche, e dovete prepararvi la lezione? Ma voi pigliate le cose del mondo troppo tragicamente. Con questi giovinotti sballate due o tre regole, fate qualche barzelletta, e salute a voi. Volgete le spalle e non ci pensate più, e non mi fate la faccia di spedale con quel chiodo fisso nel cervello — . E si rimise tra quel monte di libri, scartabellando. — Per Iddio! ma siete matto a mettervi tutta questa roba in capo? Bembo, Salviati, Varchi, Castelvetro, Buommattei, Corticelli, bum! — E volgeva le pagine e mi parea che le stracciasse, così andava presto. Poi, cavato l’oriuolo, disse: — È ora di pranzo, buona lezione— ; e andò. Io respirai.

Quel pensare per le strade mi dava la giravolta; spesso più ripensavo e più mi si guastava il pensiero o la frase; non vedevo più la cosa, l’andavo cercando e non la trovavo, e più mi si assottigliava il cervello, e più quella mi si oscurava. In verità, tutto questo travaglio era vano e nocivo; la lezione si faceva qualche ora prima di andare a scuola. La pressura del tempo m’ispirava, m’illuminava; io giungeva caldo a scuola, e parlando, le cose mi venivano incontro di per sé, e mi ridevano.

XVII

LE LEZIONI DI GRAMMATICA

Parecchi anni ero stato a leggicchiar grammatiche, lavorando intorno a quella di Basilio Puoti. Leggevo come si fa un dizionario, cercando quella pagina dove, secondo l’ordine, doveva esserci la tal regola o la tale eccezione o la tale osservazione. Quella tanto sudata grammatichotta era giá uscita in luce; ma io non ristetti da quella lettura, anzi, cessato il bisogno, mi ci misi dentro per ordine dall’a. alla zeta, tirato da una specie di febbre, che non mi dava tregua né distrazione. Leggevo le pagine piú noiose come si fa d’un romanzo. Cosi mi messi in