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Nelle lettere poi sparisce ogni avanzo di artificii imitativi e si chiarisce nella piena potenza di questa prosa. A diciannove anni soprastava giá a Pietro Giordani, il principe degli scrittoli, la cui prosa inamidata con monotona melodia, nella piena indifferenza del pensiero, dá piú rilievo alla calda e schietta prosa dell’altro, variamente accentuata, ove forma e cosa, suono e pensiero sono uno. Lí, l’uomo è quasi estraneo al letterato; qui c’è lui, tutto lui.

        Continuava pure ne’ suoi esercizii poetici.

Ho innanzi una canzone attribuita a lui. Per una donna malata di malattia lunga e mortale. Ci si pare che non ha ancora trovata una forma sua. È una canzone letteraria, a stampo petrarchesco, non solo per l’esterno congegno delle stanze e delle rime, ma per la natura dei concetti e il modo di svilupparli.

Nelle due prime stanze trovi le variazioni di questo concetto:

    Io so ben che non vale
Beltà né giovinezza incontro a morte,
E pur sempre ch’io ’l veggio m’addoloro.

In quattro stanze hai quelle vicende di sì e no, di morrà e non morrà, di speranze e di timori, così frequenti nel Petrarca, insino a che si giunge alla conclusione: «disperarmi al tutto mi conviene».

Succede un a solo, una stanza staccata che canta l’onnipotenza del Fato, paragonato a un masso sconcio, non possibile a sbarbicare.

E poiché morrà, vengono in cinque stanze i conforti alla moribonda, cavati dalla necessità della morte, dal morire giovane e ancora nella innocenza:

    Or ti rallegra, o sventurata mia:
Tutto ti toglie l’implacanda sorte,
Non l’innocenza de la corta vita
Non ti torrà né morte
Né ’l cielo, né possanza altra che sia.
Fra nequitosa gente,
Qual sei discesa, tale a la partita.
Cara, o cara beltà, torni innocente.