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Non è per nulla disposto ad ammettere cause soprannaturali, o ipotesi fantastiche. Ingegno positivo e chiarissimo, s’accosta più ai sensisti.

E in fondo in fondo le sue opinioni sul mondo sono quelle che si trovano messe in bocca di Stratone da Lampsaco, e che si possono ridurre a quel sistema, la cui base è «materia e forza», o in una sola parola «Natura» personificata e poetizzata. Al di sopra non c’è altro che il «Fato», forza misteriosa e cieca. Natura e Fato sono due persone poetiche, sotto le quali si nasconde una concezione del mondo essenzialmente materialista. A qual fine operi Natura, anche questo è mistero.

O la vita non ha scopo, o non può avere altro scopo che la felicità. Ma l’esperienza insegna subito che la felicità non può esser raggiunta. Questo, che è il luogo comune di poeti e di filosofi, antichi e moderni, ha in Leopardi l’originalità di un sentimento personale. La sua costituzione fisica, la solitudine, la concentrazione, dovettero di buon’ora avvezzarlo a vedere scuro, e sentire nella propria l’infelicità della vita. Nella prima innocenza delle cose si può credere che l’essere felice o infelice sia premio del bene e pena del male. Ma l’esperienza toglie via anche questa illusione, e al giovine pare di aver fatta una scoperta quando fa gridare a Bruto irritato:

          ... dunque degli empi
Siedi, Giove, a tutela?

Appunto queste contraddizioni fra la teoria e la pratica, questa felicità posta a scopo della vita, e nondimeno irraggiungibile anche a’ buoni, e spesso l’empietà fortunata e la virtù infelice, costituiscono il problema dell’esistenza del male, che tutte le religioni risolvono col porre una seconda vita, dove l’equilibrio sia restituito e fatta la giustizia.

Il mistero delle cose e l’infelicità della vita sono temi comuni a tutte le religioni, specialmente al Cristianesimo. Dio è l’inarrivabile, l’inesplicabile, il mistero che nessun occhio può indagare senza empietà. E l’infelicità umana è uno dei misteri