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stizia, la virtù, la moralità, la bontà, il bello; fuori di lui è l’insipido, il vizio, la depravazione. La contraddizione giunge a un punto in cui l’anima del poeta erompe al di fuori. Questo è l’ideale negativo, perché sorge come negazione del mondo esteriore. Allora son venuti i Cori, uno allo spettacolo d’italiani pugnanti contro Italiani, l’altro allo spettacolo dei Latini che sperano essere liberati dai Franchi, di


un vulgo disperso che nome non ha.

Qui la negazione tra il positivo e il mondo morale del poeta sorge sotto forma lirica.

Oppure Manzoni mette l’ideale in qualche personaggio isolato che cerchi farlo valere nel mondo positivo. Se questo individuo, come il Marchese di Posa di Schiller, avendo un ideale dentro di sé, cercasse farlo valere anche a costo della morte, allora avremmo una grande creazione poetica. Ma per Manzoni l’arte deve servire solo ad illustrare la storia, non vuole un carattere che attirando tutta la nostra attenzione scemasse l’interesse storico. Allora, abbiamo personaggi fiacchi e deboli come Marco e Adelchi, che non hanno mai avuto influenza sui fatti storici, anzi l’hanno ricevuta da essi, e che muoiono vittime oziose, travolte dagli avvenimenti come canna dal vento.

C’è però nel mondo positivo un momento che è nella realtà l’ideale dell’anima: è il momento della morte, lo sparire del terreno. Il poeta che durante la vita drammatica non trova modo di situare il suo ideale, nella morte lo fa trasparire. Carmagnola vive pagano, muore cristiano; Adelchi che non osa rivelare se non ad un amico il suo animo, morendo parla innanzi a Carlo come un profeta e un apostolo. Così Manzoni ha potuto introdurre nel dramma Ermengarda.

Dunque l’ideale di Manzoni ha tre momenti: avete un ideale negativo, un ideale impotente e il momento della morte. Che avviene? Fate tutto il possibile per potere realizzare quell’ideale; ma siccome per ciò si deve penetrare nella storia e questa dev’essere mantenuta nella sua integrità, ne viene che