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la messa di nozze 77

nunziando ad entrare in città, egli cominciò a misurarlo tra i due cancelli che lo chiudevano, come aveva fatto dell’altro. Il tempo scorreva con una lentezza disperante. Passando e ripassando dinanzi al Dazio, i suoi occhi erano attratti dall’orologio i cui indici parevano immobili; per vederli un poco spostati verso l’ora attesa con la febbre nei polsi, egli prometteva a sè stesso di non guardarli troppo spesso; ma poi, quando li fissava dopo aver voltato le spalle più volte, trovava che era trascorso qualche minuto appena. Fermandosi, chiudendo gli occhi, tentava raffigurarsi la donna amata come doveva essere atteggiata in quel momento: raccolta in un angolo della carrozza sussultante nella corsa vertiginosa, sotto la luce della lampada elettrica, col viso ravvolto in un velo, col capo appoggiato alla mano guantata, con gli occhi allo sportello, immobile nella persona, ma con l’anima tesa verso di lui; e allora la tenerezza e il rancore, l’amore e la gelosia, il bisogno di stringersela al cuore e l’impeto di respingerla si avvicendavano tanto tumultuosamente da confondersi in un unico fremito, in uno spasimo solo.