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ermanno raeli. 61

«Ti sei allontanato da quanto in vita era agli occhi tuoi più caro; hai lasciato il mondo e non ritornerai.

«Finchè Iddio non ridesti le sue creature. Nessuno spera vederti e pur tu stai vicino.

«Il tuo viso ogni dì si logora ed ogni notte: l’amor tuo non si svela e pur tu ami.

«Scenda sopra di te la pace di Dio, finchè sorga in Oriente il sole, finchè tremoli una vettina sugli alti rami dell’arak.»

Questi versetti d’un frammento d’iscrizione araba furono i primi che Ermanno Raeli spiegò quando, all’arrivo di Giulio di Verdara e delle signore, la comitiva cominciò il suo giro. La contessa Rosalia di Verdara poteva avere, a quel tempo, poco più di trent’anni. Alta, slanciata e flessuosa come un ramo di palma, bruna dalla carnagione leggermente dorata, dagli occhi vivi e profondi, ella riuniva la simpatia del più puro tipo siciliano all’eleganza e allo spirito di una parigina. Tutto in lei rivelava la gran signora di razza, l’agevole sicurezza di sè, la padronanza che esercitava dintorno, la distinzione del tratto, il modo di dire le cose più indifferenti. Appena suo marito ebbe pronunziato il nome di Ermanno, districato il