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Non poteva incontrare un prete che avesse in testa un cappello a tre punte, senza che l’occhio andasse da sè sul triangolo, con una malsana, insistente curiosità; e una volta preso all’incanto, sentivasi tratto a seguirlo attraverso alle strade popolose di Napoli fin sulla soglia delle canoniche, delle chiese, dei conventi.

Di questi strani fenomeni di fascinazione cercava di dare a sè stesso una spiegazione scientifica. Egli aveva giuocato troppo col suo temperamento eccitabile, e sebbene vedesse e sentisse che la persecuzione non veniva dalla coscienza, ma dai nervi e dalla immaginazione, non poteva sottrarsi, come accade agli allucinati, al tormento della sua illusione. Il cervello, si sa, soffre anche dei dolori di una gamba che non c’è.

Il cuore soffriva già da qualche tempo acuti accessi di palpitazione, e più d’una volta egli aveva dovuto ricorrere alla digitale. Provò anche il bromuro e si sentì più calmo, più fresco. A dispetto del cappello ora cominciava a dormire sonni più quieti, e gli fece bene anche il fumar meno.

Fu appunto in un sogno che gli balenò l’idea che il cappello potesse essere caduto nelle mani di Giorgio, nipote di Salvatore, che faceva l’oste lassù alla Falda.

Non era disceso costui a raccogliere l’eredità dello zio qualche giorno dopo la sua morte? Non aveva portato via un sacco di roba? Perchè avrebbe dovuto lasciare il cappello se ci fosse stato?