Pagina:De Marchi - Demetrio Pianelli, 1915.djvu/296


— 286 —


Pensò di scrivere a Paolino che per il momento non era il caso di parlare a Beatrice del noto progetto per non agitarla troppo. Tornò a collocare la lettera del cugino sotto il calamaio e disse un altro "vedremo" meno aspro e meno pesante del primo. Quel dì pranzò in casa colla compagnia del nipotino e del cane, aiutandosi con qualche frusto di carne e con una fetta calda di polenta che mandò a prendere da Giovann dell’Orghen dal fruttaiuolo della piazza. Alle uova fritte pensò il cuoco di casa.

Naldo sedè in capo alla tavola, tra lo zio e Giovedì.

Demetrio tuffava la forchetta nel piatto e faceva un boccone per uno. Già cominciavano i lunghi tramonti di maggio. Il sole scendeva a poco a poco dietro la punta del campanile delle Ore, che col suo cono di rame faceva quasi da spegnitoio a un grosso fuoco rossiccio, che andava languendo a poco a poco nelle linee lunghe dei tetti. Incontro agli ultimi bagliori del crepuscolo uscivano, si disegnavano i corpi bruni dei fumaioli, delle torrette, dei terrazzi fioriti, da dove venivano voci chiare di donne e di ragazzi.

Demetrio, toltosi sulle gambe il bambino, stette a contemplare un pezzo lo spegnersi dei vari colori, il fuggire della luce dai più alti colmi, il vagare delle nuvole, lo spuntare delle