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insorge bologna, ecc. 359

A questo appello rispondeva la Magistratura che, prescindendo dall’angustia del tempo, certo gravissima, e dal non avere essa, colta all’improvviso, in pronto alcun mezzo, riconosceva impossibile nel presente stato, e nell’agitazione fervente degli animi di potere riuscire nell’opera, che le si voleva affidare; che essa non poteva assumerne alcuna responsabilità; e che invitati i cittadini in quei momenti ad armarsi, non era dato alla Magistratura di garantire che la loro azione si fosse limitata alla difesa e conservazione dell’ordine materiale. Allora dichiarava l’eminentissimo che egli niuna transazione avrebbe accettata, la quale in qualunque modo avesse lesi i diritti del governo, di cui era rappresentante, e di tale sua dichiarazione chiese che la Magistratura rendesse testimonianza; dichiarava inoltre che era risoluto di restare al suo posto fino a tanto che il fatto gli avesse dimostrata l’impossibilità di permanervi.

Appresso queste parole, e molte altre che a svolgimento di quanto è sopraccennato vennero dette, il signor conte Malvezzi faceva palese all’eminentissimo la gratitudine vivissima, che egli e tutta la città gli professava pel modo prudente ed amorevole onde aveva retta questa provincia, alle quali espressioni l’intera Magistratura aderiva pienamente; indi dichiarava che egli, rimasto nell’ufficio di conservatore municipale sino a quel punto per servire il proprio paese, il che credeva aver adempiuto con zelo e coscienza, reputava giunto il momento, in cui non gli era più concesso di servirlo efficacemente, rimanendo in quel posto; per la qual cosa, ond’essere sciolto da ogni vincolo per potere liberamente cooperare alla salvezza del paese, emetteva la formale sua rinuncia. Osservava l’eminentissimo che non era regolare un tal modo, dovendosi le rinuncie anco accettarsi dal Consiglio; ma il signor conte Malvezzi, appoggiatosi sull’urgenza, reiterate volte insisteva nella presa determinazione.

Congedatasi quindi la Magistratura, e raccoltasi nella propria residenza, il prefato signor conte Malvezzi, pregando si facesse d’atti la sua rinuncia, rinnovate le parole che già aveva espresse all’eminentissimo cardinale legato, si allontanava; e la Magistratura, date alcune disposizioni perchè, ove il bisogno lo richiedesse, si fosse subito avvisata, e fermato di trovarsi riunita nelle prime ore del mattino, si scioglieva.

Non è qui d’uopo il narrare che avvenisse nella notte del 12, poichè a tutti sono ben noti quegli avvenimenti; solo diremo che accorsa la Magistratura e raccoltasi nella propria residenza alle sei antimeridiane, per non mancare in sì perigliosi momenti al debito suo, ebbe a ricevere parecchie deputazioni di cittadini che le venivano chiedendo provvedesse di qualche guisa all’ordine pubblico, rimasta essendo la città senza governo: al che rispondeva la Magistratura esservi tuttavia il rappresentante governativo, e doversi a lui far capo; ma inteso poi che egli era per partire, dopo emessa . una formale protesta, e che a lui null’altro rimaneva di fare dopo che erasi tolto lo stemma pontificio, ed incalzando ognora più le deputazioni di cittadini per un pronto provvedimento, a scansare gravi disordini nella città, ed a por termine alle dimostrazioni che in sulla piazza e nelle strade si facevano, le quali prolungandosi sarebbero agevolmente degenerate in moti pe-