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164 capitolo x.

decise di cominciare, come a Milano, con l’eccidio dei soldati, e venne fissato il 15 agosto, quando il Papa sarebbe andato alle funzioni di Santa Maria Maggiore. Del proposito di uccidere il Papa a fucilate non vi è motto nel processo, perchè fortunatamente la cosa restò segreta fra Annibale Lucatelli, i fratelli Cocchi e pochi altri di fede provata. La storia della cospirazione mazziniana del 1853, che morì sul nascere, è poi riferita nel voluminoso processo sopra citato, istruito dal giudice Cecchini, il quale ricorse alle peggiori arti per ottenere le più ampie, vili e menzognere rivelazioni da parte di molti, i quali patteggiarono la confessione, con la promessa dell’impunità, e furono perciò chiamati «impunitari».

Ma tutte le promesse del Mazzini rimasero in asso. Le bande, che avrebbere dovuto apparire sull’Appennino, per marciare su Roma, non si videro, come non si videro Giacomo Medici e Felice Orsini, de’ quali si era annunciato l’arrivo. Il Mazzini aveva assicurato d’avere spedita persona in America a prendere Garibaldi, che doveva capitanare la rivoluzione in Sicilia, mentre egli stesso, il Mazzini, sarebbe venuto a guidare ed a dirigere quella di Roma; ma nè l’uno nè l’altro si fecero vivi. Come in tutte le cospirazioni, promosse dall’indomabile agitatore, che non esponeva mai la propria vita, anche in questa regnò sovrana l’iperbole. Ed alle iperboli seguivano i tragici disinganni, come rivelano quarant’anni di storia, dalla spedizione di Savoia a quella di Sapri. Sulla spiaggia fra Palo e Fiumicino sbarcarono solo otto emigrati, che il Silvagni chiama, esageratamente, otto tristi; e dinanzi a quel vuoto, il Roselli, giunto per via di terra, fu vinto dalla più amara delusione.


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Nel processo del 1853 gl’imputati presenti furono cinquantotto, ed appartenevano ad ogni ordine sociale, anzi la maggior parte era gente di nessun conto. Si contavano, tra essi, quattro donne e un prete. Oltre ai cinquantotto presenti, vi furono quattro contumaci, cioè: Mazzini, Luigi Pianciani, Sisto Vinciguerra e Massimiliano Grazia. Di aristocratici vi figura il solo Enrico Ruspoli di ventidue anni, che imparava l’arte del mosaicista