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pio ix, antonelli, e il domma dell’immacolata 151


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Due grandi avvenimenti, mondiali per la loro importanza, nel campo dell’arte, e nel campo della religione, si compirono negli anni 1853 e 1854. La sera del 19 gennaio del 1853 andò in iscena al teatro Apollo la novissima opera del Verdi: il Trovatore. Se sono spariti dalla scena del mondo tanti di coloro, che udirono quell’opera in quella prima sera, n’è rimasta viva la memoria del trionfo. E non è iperbolico il Checchi, che scrive: «il successo del Trovatore superò le più arrischiate previsioni; le repliche di pezzi furono innumerevoli; le chiamate al maestro, infinite; l’esecuzione degli artisti, mirabile. Carlo Baucardè, nella parte di Manrico, seppe così bene colorire la musica più appassionata che avesse scritta fino allora il Verdi, e modulò con tanta dolcezza i suoi canti paradisiaci, che fece dire a taluno, potersi trovare la scintilla del genio anche in una cosa meccanica, com’è la voce umana. E il Verdi stesso, nella bella schiera di tenori dell’ultimo trentennio, confessava di non aver più trovato una voce, che meglio di quella del Baucardè si piegasse alle sfumature più delicate del canto italiano».

Ebbe per esecutori, oltre al Baucardè, il Guicciardi e il Balderi, la Penco e la Goggi. La Penco fu una delle più insigni cantanti dei suoi tempi. Ella e il Baucardè, che il Monaldi chiama artisti prodigiosi per voce ed ingegno, assicurarono il grande successo di un’opera, che spiccò il suo volo trionfale nel mondo, dal vecchio e paludoso teatro di Tordinona; meritato trionfo, che per oltre mezzo secolo mandò in visibilio il pubblico di Europa e di America, ed aperse le porte dell’immortalità al Verdi. Quanti aneddoti raccolti a proposito di quell’opera nei recenti scritti del Checchi, del Monaldi e del Barrili! Ne riferisco uno, inedito, che il maestro narrava a pochi intimi. Diceva, che in uno dei suoi viaggi a Pietroburgo, uscendo dalla stazione, udì alcune note del Trovatore, e vide sulla piazza una folla raccolta intorno ad alcuni suonatori ambulanti, italiani naturalmente, che strimpellavano il miserere, fra le grida di esaltazione che coprivano il suono dei violini. Confessava di averne ricevuto un’impressione commovente.