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94 capitolo vi.

chia tradizione dei principi romani. La principessa Santacroce, per esempio, non tollerava la passione del marito per i cani e i gatti, passione addirittura frenetica, perchè egli non si contentava solo di averne parecchi, ma ne andava raccogliendo per via, e ad essi dava ricetto nell’appartamento nobile, rimesso a nuovo con ricche stoffe e ricchi tappeti, che la principessa aveva ricevuto dalla sua famiglia d’Inghilterra. E un po’ per volta, con grande garbo, la nobile signora ottenne che questa strana abitudine del marito fosse corretta, e Toto, come lo chiamavano i suoi amici, moderasse i suoi istinti. E anche il vecchio tipo del parassita, vittima di scherzi incivili, mutò col tempo. Il nuovo parassita doveva essere un uomo educato e non privo di spirito, che diventava, via via, il confidente della padrona, o il complice delle infedeltà del marito; un uomo che doveva saper divertire i bimbi e gli adulti, rifacendo nella voce e nelle mosse i personaggi più noti e più comici, che frequentavano la casa, il verso e la voce del prete, o del frate salmodiante, imitando il cane e il gatto, facendo il chiasso con i ragazzi, e corteggiando le vecchie di casa.


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Nell’estate il principe Doria viaggiava con la famiglia, la corte e i servi. Andava prima a Genova, e di là a Marsiglia, a Parigi e a Londra. Quando l’orario dei piroscafi non gli accomodava, noleggiava un vapore per conto suo; a Parigi e a Londra prendeva, tutto per sè, il primo piano di uno degli alberghi principali. Ma dopo la morte della principessa, avvenuta nel dicembre del 1858, tutto cambiò in quella casa. Ai grandi conviti successero i grandi funerali nella chiesa di Sant’Agnese al Circo Agonale, dove la buona signora fu sepolta, e dove tutte le mattine, alle dieci, il principe faceva dire una messa funebre, e vi assisteva. All’ingresso del giardino privato di villa Pamphyli fece comporre, con la mortella, il nome di Mary. Fu solo dopo dieci anni, nel 1868, che venne riaperto il salone da ballo, per il matrimonio di sua figlia Guendalina col conte Gian Luca della Somaglia. Vinto dagli scrupoli, si dimise, dopo il 1870, da prefetto di palazzo; e nominato senatore, chiese più volte se potesse dimettersi, nè in Senato mise mai il piede. In