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rancori e amori 93


emigravano alla terra della lotta e dell’avvenire. Mi chinai a guardarli: dormivano. A pochi passi da loro, ritto contro il parapetto, incappucciato e solitario, c’era il frate che andava alla Terra del Fuoco; una faccia di cera, con due occhi vuoti, impassibile.

Scendendo dal castello di prua, mi trovai faccia a faccia col medico: un napoletano, Giovanni Nicotera pretto sputato, ma con gli occhi e i modi d’un altro, distratti e flemmatici: caso non raro di rassomiglianza fisica fra persone di natura opposta. Scesi con lui nell’infermeria, una specie di stanzone oblungo, rischiarato dall’alto, con due ordini di cuccette all’intorno. C’era un bambino malato di rosolia, un amore di bambino, coi capelli biondi arricciolati, rosso dalla febbre, e accanto a lui, in piedi, una campagnuola dei dintorni di Napoli, un pezzo di donna, che appena visto il medico, si mise a piangere, soffocando i singhiozzi nelle mani. Il medico esaminò il bambino, poi le disse in tuono di rimprovero: — La malattia fa il suo corso. Non v’avete a inquietare. Levatevi quell’ideaccia dal capo. — E mi spiegò che certe donnaccole le avevano sconvolto l’anima dicendole che, se fosse seguita una disgrazia, le avrebbero but-