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Sul rio de la Plata 405

tres, cinco, seis... — lire, m’immagino, che Ruy Blas doveva ricevere nella mano aperta, come un accattone, fremendo di vergogna per la sua regina.

Sopra coperta, trovai il comandante e gli ufficiali in faccende. Erano saliti a bordo allora un impiegato gallonato del porto di Montevideo e un medico, — quello un omone con un fil di voce, questo un mezz’uomo con una voce di gran cassa; — i quali, dopo essersi informati dello stato sanitario dei passeggieri, si recarono a prua a contare il personale d’equipaggio. Tutti i passeggieri di terza, intanto, s’andavano radunando sul cassero centrale per sfilare davanti all’impiegato uraguayo che li doveva numerare, e al medico, che avrebbe fatto in disparte le facce sospette. Dal castello centrale si dovevano avanzare a uno a uno, passare sul ponte che correva di sopra alla “piazzetta„ e poi, scendendo dal cassero per la scaletta di destra, tornare a prua. Sull’ampio castello centrale non c’era più un palmo di spazio vuoto: una folla fitta come un reggimento in colonna serrata lo copriva da un capo all’altro, non levando che un leggiero mormorìo. Il cielo era rannuvolato; il fiume immenso, d’un color giallo di mota; e la città di