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granata. 427


L’amico rise, e stringendomi un braccio fra l’indice e il pollice, come per darmi un pizzicotto, mi disse:

"Non pensi a questo. Pensi a quanto di bello, di gentile e di segreto debbono aver visto queste tinozze; ai piedini che sguazzarono nelle loro acque odorose, alle lunghe capigliature che si sparsero sui loro orli, ai grandi occhi languidi che guardarono il cielo a traverso i fori di quella vòlta, mentre sotto gli archi del cortile dei Leoni risonava il passo concitato d’un Califfo impaziente, e i cento zampilli della reggia dicevano col loro affrettato mormorio: — Vieni, vieni, vieni! — e in una sala profumata uno schiavo tremante di riverenza chiudeva le finestre colle cortine color di rosa."

"Ah! mi lasci un po’ l’anima in pace!" risposi scrollando le spalle.

Attraversammo il giardino del gabinetto di Lindaraja, e un cortile d’aspetto misterioso chiamato il patio della Reja, e per una lunga galleria che guarda la campagna, giungemmo sulla sommità di una delle estreme torri dell’Alhambra, sotto un piccolo padiglione aperto tutt’intorno, chiamato Tocador (toeletta) de la reina, che par sospeso sur un abisso come il nido d’un’aquila.

Lo spettacolo che si gode di lassù, lo si può dire senza paura d’essere smentiti da alcuno, non ha l’uguale sulla faccia della terra.

S’immagini una immensa pianura verde come un prato coperto d’erba novella, attraversata in tutti i sensi da sterminati filari di cipressi, di pini,