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saragozza. 37

dezza, andarono ad incidere sulla cima dell’Olimpo, sulle pietre del Pireo, sui monti superbi che son quasi le porte dell’Asia, il nome immortale della patria.


Questi pensieri, — benchè non proprio colle stesse parole, perchè non avevo sotto gli occhi un certo libricciuolo di Emilio Castelar, — io volgeva in mente entrando in Aragona. E per prima cosa mi si offerse agli occhi, sulla riva della Cinca, il piccolo villaggio di Monzon, noto per famose assemblee delle Cortes, e per alternati assalti e difese di Spagnuoli e Francesi: sorte che fu comune, durante la guerra d’indipendenza, a quasi tutti i villaggi di quelle provincie. Monzon è prostrato ai piedi d’un formidabile monte, sul quale s’innalza un castello nero, sinistro, enorme, quale avrebbe potuto immaginarlo il più fosco dei feudatarii per condannare a una vita di terrore il più odiato dei villaggi. La stessa Guida si arresta davanti a codesto mostruoso edifizio, e prorompe in un’esclamazione di timida meraviglia. Non v’è, io credo, in tutta la Spagna, un altro villaggio, un altro monte, un altro castello, che rappresentino meglio la paurosa sommessione d’un popolo oppresso, e la minaccia perpetua d’un signore feroce. Un gigante che prema il ginocchio sul petto d’un fanciullo steso a terra, è una meschina similitudine per dare un’immagine della cosa; e tale fu l’impressione che mi fece, che, pur non sapendo tenere in mano la matita, m’ingegnai di abbozzare alla