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404 granata.


andar a trar fuor di casa un giovane granatino che avevo conosciuto a Madrid, in casa di Fernandez Guerra, di nome Gongora, figliuolo d’un archeologo illustre, e discendente del famoso poeta cordovese Luigi Gongora; di cui dissi qualcosa di volo. La parte della città che vidi in quelle poche ore non rispose alla mia aspettativa. Credevo di trovar le stradine misteriose e le casine bianche come a Cordova e a Siviglia; trovai invece delle piazze spaziose, alcune belle strade diritte, e le altre tortuose ed anguste sì, ma fiancheggiate da case alte, dipinte in gran parte di falsi bassorilievi, con amorini e ghirlande e svolazzi di tende e di veli di mille colori; senza quell’aspetto orientale delle altre città andaluse. La parte più bassa di Granata è quasi tutta fabbricata colla regolarità d’una città moderna. Passando per quelle strade, mi pigliò il dispetto, e avrei certo portato al signor Gongora una faccia rannuvolata, se per caso, in quell’andar così alla ventura, non fossi riuscito nella famosa Alameda, che gode la fama di essere il più bel passeggio del mondo, e che mi compensò a mille doppi della odiosa regolarità delle strade che vi conducono.

S’immagini chi legge un lungo viale di sì straordinaria larghezza, che vi potrebbero passare cinquanta carrozze di fronte, fiancheggiato da altri viali minori, lungo i quali corrono file di alberi smisurati, che formano a una grande altezza una immensa vòlta di verzura fitta tanto da non lasciar penetrar un raggio di sole; e alle due estremità del viale di mezzo