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398 granata.


"Assaggi almeno un sorsetto di liquore!" disse lo zio.

Non so per che fanciullesca picca contro di me, o contro quella buona gente; ma era una picca che in simili occasioni provano spesso anche gli uomini; risposi anche questa volta: — "No, grazie, mi farebbe male."

Il buon vecchio mi guardò da capo a piedi coll'aria di dire che non gli parevo un omino da patire una goccia di liquore, e l'andalusa sorrise, e io diventai rosso dalla vergogna.

Si fece notte, e il treno continuò a andare al passo della cavalcatura di Sancho Panza, non so per quante ore. Quella sera esperimentai per la prima volta in vita mia i tormenti della fame, che immaginavo d'aver provati già nella famosa giornata del ventiquattro giugno milleottocentosessantasei. Per alleviar quei tormenti, pensavo ostinatamente a tutti i mangiari che m'inspirano più ripugnanza, ai pomidoro crudi, alle lumache nel brodo, ai gamberi arrostiti, ai bianchetti in insalata. Ahimè! una voce di scherno mi gridava d'in fondo alle viscere che, se li avessi avuti, me ne sarei leccato le dita. Allora mi misi a far delle mescolanze immaginarie di piatti disparati, come sarebbe di creme e di pesci, spruzzati di vino, con una manata di pepe e uno strato di conserva di ginepro; per veder di tenere a segno lo stomaco. Oh infelice! Lo stomaco vigliacco non ripugnava neanco da quelle sozzure. Allora feci un ultimo sforzo, e immaginai di essere a tavola in un albergo di Parigi, al tempo dell'as-