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siviglia. 327


un sorriso, i loro grandi occhi neri, come se vi volessero dire: — Non mi riconoscete? — lancian degli sguardi audaci alle signore che metton la testa fuori del finestrino; accorrono per porgervi un fiammifero prima che voi glielo abbiate domandato; qualche volta rispondono in rima a una vostra interrogazione, e son capaci persino di ridere per farvi vedere i loro denti bianchi.

A la Rinconada si comincia a vedere, in dirittura della strada ferrata, il campanile della Cattedrale di Siviglia; e a destra, di là dal Guadalquivir, le belle colline coperte d’oliveti, ai piedi delle quali giaccion le rovine d’Italica. Il treno volava, e io parlavo tra me e me, a mezza voce, affrettando le parole via via che spesseggiavan le case, con quell’affanno pien di desiderio e di gioia, che si prova salendo le scale dell’amante. Siviglia! Siviglia è là! È là la regina dell’Andalusia, l’Atene spagnuola, la madre del Murillo, la città dei poeti e degli amori, la famosa Siviglia, di cui pronunciavo il nome fin da fanciullo con un sentimento di dolce simpatia! Chi m’avesse detto, qualche anno fa, che io l’avrei veduta! Eppure non è un sogno! Quelle case son ben di Siviglia, quei contadini laggiù son Sivigliani; quel campanile ch’io vidi, è la Giralda! Io a Siviglia? È strano! Mi vien voglia di ridere! Che farà mia madre in questo momento! Se fosse qui! Se fosse qui il tale, il tal altro! Peccato esser solo! Ecco le case bianche, i giardini, le stradine... Siamo nella città... Ora si scende... Ah! come è bella la vita!...