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certe lettere. 207

ma fu un sorriso così sforzato e sfuggevole, che l’amico gli ridomandò con una certa inquietudine: — Hai ricevuto qualche cattiva notizia? — Egli era diventato pallido come un moribondo.

Quante volte abbia riletto poi quella malaugurata lettera, se lo dicesse, non lo crederebbe nessuno. A momenti s’accostava alla stufa per bruciarla, e la rimetteva in tasca; poi voleva riderne, e rideva forte infatti, ma il riso non andava giù, ed egli si rifaceva più serio di prima. Ora diceva: — È uno stupido, un invidioso, un codardo, — e chiamava a raccolta tutte le belle ragioni di Massimo D’Azeglio, per persuadersi che delle lettere anonime non bisogna darsi pensiero. Ora, sconfortato e umiliato, diceva: — Ha ragione, sono un imbrattacarte, non riescirò mai a nulla, non scriverò mai più. — E di fatto, per parecchi mesi, dall’aprile del 1867 fino al gennaio dell’anno seguente, il povero scrittorello, sempre coll’amaro in cuore di quella lettera, non iscrisse una riga; non già per dispetto, timore, o pigrizia; ma veramente perchè s’era convinto che la letteratura non fosse fatto suo. E tanto se n’era convinto, che non di rado, a ricordargli quelle poche coserelle che aveva rabescato altre volte, arrossiva.

Forse non avrebbe scritto mai più (tanto è vero che il più lieve accidente può aver effetto alle volte sull’intera vita) se uno scrittore da lui venerato ed amato fin dall’infanzia, uno di quegli uomini, come diceva il Giusti, che per vederli bisogna guardare in su, e ai quali non pare possibile che si sia mai potuto dire o scrivere, da nessuno e per nessuna cagione, una parola dura e irriverente; se quest’uomo, dico, senza volerlo, senza saperlo, ricordando, come suole, casi e persone di molti anni addietro, non l’avesse fortificato per sempre contro le lettere di quella natura, con un esempio meraviglioso della vanità e della impudenza umana.