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gerini, e perchè no? pensavo; non sono della stessa razza dei Marocchini? E poi, che razza! Siamo fratelli tutti, siamo stretti ad un patto, bisogna amarci, io amo, io sono felice, e mettevo il braccio intorno al collo del dottore, che scoppiava dalle risa. Da quest’allegrezza caddi a un tratto in una mestizia confusa e profonda. Ricordai le persone che avevo offese, i dolori di cui ero stato cagione a coloro che m’amavano, mi sentii oppresso da mille rimorsi e da mille rammarichi, mi parve di sentire delle voci che mi parlavano nell’orecchio con un accento d’amore e di rimprovero, mi pentii, domandai perdono, mi asciugai furtivamente una grossa lacrima che mi tremolava nell’occhio. Poi mi si levò nella memoria un turbinìo rapidissimo d’immagini disparate e bizzarre che svanivano l’una nell’altra: certi amici d’infanzia dimenticati, certe parole di dialetto non più pronunziate da vent’anni, dei visi di donna, il mio antico reggimento, Guglielmo il Taciturno, Parigi, l’editore Barbera, un cappello di castoro che avevo da bimbo, l’Acropoli d’Atene, il conto d’un albergatore di Siviglia, mille stranezze. Ricordo confusamente che i commensali mi guardavano sorridendo. Di tratto in tratto chiudevo gli occhi e poi li riaprivo e non sapevo se avessi o no dormito, se fossi stato così un minuto o mezz’ora. Avevo un