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dove tutto ci resta da imparare. Dalla spiaggia si vede ancora la costa europea, ma il cuore se ne sente già smisuratamente lontano, come se quel breve tratto di mare fosse un oceano e quei monti azzurri un’illusione. Nello spazio di tre ore, è seguita intorno a noi una delle più meravigliose trasformazioni a cui si possa assistere sulla terra.

L’emozione, però, che si prova mettendo il piede per la prima volta su quel continente immenso e misterioso che fin dalla prima infanzia ci sgomenta l’immaginazione, è turbata dal modo in cui vi si sbarca. Mentre dal bastimento cominciavo a vedere distintamente le case bianche di Tangeri, una signora spagnuola gridò dietro di me con voce spaventata: — Che cosa vuole quella gente? — Guardai dove accennava, e vidi, dietro le barche che s’avvicinavano per raccogliere i passeggieri, una folla d’arabi cenciosi, seminudi, ritti nell’acqua fino a mezza coscia, i quali s’accennavano l’uno all’altro il bastimento con gesti da spiritati, come una banda di briganti che dicessero: — Ecco la preda. — Non sapendo chi fossero e che cosa volessero, discesi nella barca, in mezzo a parecchi altri, col cuore un po’ inquieto. Quando fummo a una ventina di passi dalla riva, tutta quella bordaglia colore di terra cotta, s’avventò sulle barche,