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la madre. 69

dendo gli occhi e stando immobile per vedere d’addormentarsi in quel dolce pensiero; ma sempre invano. Quel dolce pensiero non gli dava pace; la persona era immobile, gli occhi erano chiusi; ma il cuore batteva batteva come gli dicesse: non dormirai, non dormirai; e dopo un po’ di tempo gli era forza riaprire gli occhi, e guardare intorno da capo. E molte e lunghe ore passarono così. Finalmente la stanchezza lo vinse, il cuore tacque, la fantasia ardente si quetò. Egli dormì; sognò il dimani; sognò sua madre. Gli pareva di vedersela là, ritta accanto al suo capezzale, sorridente; gli pareva di sentirsi passare sulla fronte la sua mano, e sognava di afferrarla e posarvi le labbra su. Poi d’un tratto gli parve di essere tornato fanciullo, in casa, e gli rivennero in mente, una ad una, cento piccole scene della vita domestica dei suoi primi anni, e in quelle scene sempre sua madre in atto di confortarlo, piangente; o di difenderlo, minacciato dal padre; o di curarlo, ferito per caduta; o di assisterlo, malato; e sempre ansante di pietà e di sollecitudine, sempre amorosa, sempre madre! Poi si sognò adulto; si risovvenne del dì della partenza, il pianto materno, i lunghi e rinnovati abbracciamenti, le date e ricevute parole di addio e di conforto, e si sentì stringere il cuore proprio come quel giorno; si sentì attorno alla vita le braccia di sua madre che non voleva lasciarlo partire; tentò di sciogliersi, non potè; mise un gemito.... Era desto. Guardò attorno, pensò, si ravvide, e quello fu un momento di gioia che si può forse immaginare; ma non si potrà esprimere mai.

Giù nel cortile della caserma scoppiò un fragoroso rullo di tamburi. Tutti balzarono dal letto. Egli si vestì in fretta e fece cogli altri le solite cose della mattina, ilare e sereno in volto; ma colla febbre addosso e col cuore violentemente agitato. Andava soffregando