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384 | partenza e ritorno. |
Esce; mia madre lo accompagna fino alla porta; lo guarda scender le scale; — è scomparso; — stringe le labbra, batte le palpebre, ha vinto; il nodo di pianto è andato giù; impassibile come prima; comincio a turbarmi. — Come finirà! —
Ecco il burbero benefico. — Buona sera. — Nessuno risponde; ha già capito; mi guarda in viso; io alzo la fronte. — Via non c’è male — par che dica. E passiamo tutti nella stanza accanto.
Un’ultima occhiata alle finestre; languore mortale. Nuovo sforzo di collo: invano; vince la patria; addio per sempre!
Siamo tutti seduti in circolo nell’altra camera; nessuno parla. S’ode il fruscìo d’una veste, s’apre la porta, ecco la signora forte; tutti s’alzano in piedi.
— Mia buona amica — ella dice porgendo tutt’e due le mani a mia madre con quel suo garbo, con quel suo brio così vivo e sereno. — Ho saputo ora soltanto che vostro figlio doveva partire. Sono momenti dolorosi, certo; ma tutti bisogna che soffrano la loro parte per il paese. Gran giorni son questi per l’Italia! Gran guerra! Credete; è impossibile che il nemico regga lungamente a quest’onda di fuoco che lo investirà d’ogni parte. L’esercito ha alle spalle tutto un popolo pronto a scendere in campo. Gran giorni questi! Così si fanno le nazioni! —
Mia madre la guardava attonita.
— Poterla vedere un momento, da lontano, la gran battaglia! Vederla nel punto più bello, quando i nostri reggimenti avranno cacciato i nemici da tutte le colline della linea di battaglia, e giù per le chine, dall’altra parte, cavalli, soldati, carri, cannoni, tutto a precipizio e a rifascio!.... Coraggio, cara signora; questa è una vera crociata; anche le donne e i bambini ande-