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partenza e ritorno. 371

seggiola e pestando i piedi, e poi li buttavo tutti all’aria ad un tratto. — Non bastano! gridavo; non bastano i libri! I libri non dicono quel che mi bolle qui dentro! — Aprivo un giornale; in que’ giorni i giornali eran di fuoco; — davo un’occhiata al solito articolone entusiastico, e stracciavo il foglio in cento pezzi. — Ma questo è fiacco, Dio mio! questo è freddo! — E preso da un estro improvviso, sedevo a tavolino e mi mettevo a scrivere in furia. — Lo scriverò io un articolo! — dicevo; e subito dopo gettavo via carta, penna e calamaio e sclamavo: — Tutto freddo! È una disperazione! Ma di’ tu, mamma, in nome del cielo, ma che in tutta la letteratura italiana non ci siano dei versi che mi esprimano questa febbre che mi divora? — Berchet! — ella mi suggeriva timidamente. — No, no, Berchet, — io le rispondevo con accento drammaticamente soave; — Berchet è irato, Berchet odia, Berchet maledice, ed io amo in questi momenti, amo immensamente, amo tutti, mi sento fratello di tutti, getterei le braccia al collo a tutti quelli che incontro per la strada. Amo anche gli Austriaci, sissignora! Tirerò a freddarne molti; ma li amo, perchè gli è grazie a loro che l’Italia si riscuote così, e solleva la testa, e si rivela così potente e bella e cara, e diffonde in tutti i suoi figli questo sentimento ineffabile di orgoglio e di gioia! Morte agli Austriaci, ma viva anche loro! Non mi son mai sentito tanto cristiano! — Poi mi slanciavo alla finestra e mi stizzivo del silenzio che regnava nella strada. — Ma guardate che tranquillità vergognosa! Ma è possibile? Ma perchè non scendon tutti giù a fare strepito? Ma che gente sono costoro?... Oh! domiamo questa febbre. — E chiusomi in camera e dato di mano alla sciabola, supponevo d’aver a fronte un ufficiale austriaco di que’ lunghi, magri, con un par di baffoni irsuti e d’occhioni stra-