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350 una medaglia.


Il primo giorno ch’egli era venuto al reggimento insieme a tutti gli altri coscritti vestiti ancora de’ loro panni da contadini e da operai, appena entrato nella compagnia, il capitano lo aveva squadrato con una certa espressione di curiosità e aveva detto nell’orecchio al suo luogotenente: — Guardi che faccia proibita. — E avea sorriso. E il soldato avea notato quel sorriso. Condotto nel magazzino del vestiario, s’era infilato il primo cappotto che gli avean messo tra le mani, e il capitano, vedutolo, passando, così insaccato e infagottato, con certe maniche che gli spenzolavano un palmo oltre le mani, e certi faldoni che gli coprivan le ginocchia, s’era messo a ridere, esclamando: — Tu mi sembri un sacco di cenci. — Ed egli s’era tutto rannuvolato e avea lanciato al capitano un’occhiata di sotto in su che pareva una sassata. Un’altra volta, in piazza d’armi, quando s’insegnava il passo di scuola ai coscritti e si facevano uscir dalle righe uno per uno e camminare soli per un lungo tratto, a suon di tamburo, movendo le gambe lente e stecchite alla guisa delle marionette, egli, venuta la sua volta, s’era vergognato e confuso a tal segno, che non riusciva a mutare due passi senza vacillare o inciampare o far certe movenze stentate e grottesche, che facevan ridere i compagni. Era sopraggiunto il capitano e lo avea sgridato; ed egli peggio di prima. Allora il capitano, visto che gli era fiato sprecato, se n’era ito dicendogli: — Siete il più brutto soldato della compagnia. — Là presso c’eran delle ragazze con dei bimbi che stavano a vedere, e s’eran messe a ridere forte. Egli, diventato rosso fino alla radice dei capelli, era ritornato in riga arrotando i denti come un cane arrabbiato.

Così si andò man mano raffermando nell’animo suo il convincimento che il capitano l’avesse in uggia, e lo rampognasse per malignità, e lo mettesse in ridicolo col