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durante il colèra del 1867. 343

narono, e sovvenute da que’ cittadini che le aveano abbandonate dapprima, cominciarono a dedicare ai bisogni del paese un’operosità regolare, illuminata e tranquilla. I malandrini, che resi audaci dalla confusione e dallo spavento generale e dalla scarsità della truppa intesa in gran parte a più gravi doveri, avean fatto d’ogni erba fascio nelle città e nelle campagne, prevedendo ora che col cessare del colèra le forze militari si sarebbero volte tutte e con più risoluto vigore contro di loro, si frenarono di spontaneo proposito, e le condizioni della sicurezza pubblica risentirono un miglioramento improvviso. E i soldati riebbero finalmente un po’ di respiro, e la notte poterono dormire un po’ di sonno continuo e tranquillo, e il giorno mangiare con un po’ di pace il loro pan nero, bagnato di sì lunghi e santi sudori.

Come il convalescente, quando ritorna agli usi della vita consueta, si diletta d’ogni cosa, si rallegra d’ogni persona, e intende con una sollecitudine e una gaiezza infantile a quelle stesse faccende che per l’addietro aveva in uggia o trasandava, così i soldati, all’uscire da quella vita di travaglio e di lutto, ripresero le occupazioni del servizio ordinario, anche quelle che parean prima più tediose, come una novità gradita, come un divertimento; risentiron tutti quasi una freschezza nuova di affetti e di speranze, un’allegrezza viva, un prepotente bisogno di aprirsi il cuore l’un altro, di espandersi, d’amarsi. Nelle caserme echeggiarono di nuovo i canti, le grida, quello strepito pieno di vita che da tanto tempo vi era cessato; tutto mutò, tutto rivisse.


Ma per formarsi una giusta idea del come doveva esser l’animo dei soldati in quei giorni, bisognava entrare negli ospedali dei convalescenti, dove il riposo e il silenzio lasciavan libero corso ai pensieri e alle memorie.