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durante il colèra del 1867. 301

d’un addio. Quante volte, uscendo da quel camerone, l’ufficiale si sarà detto mestamente: — Forse domattina non ci saranno più tutti i miei poveri soldati! — E quante volle i soldati, vedendo uscir l’ufficiale pallido e stravolto, e dietro a lui l’ordinanza coll’espressione sul volto d’un doloroso sospetto, avranno detto fra loro: — Forse il nostro ufficiale non lo rivedremo mai più! —

Andato via l’ufficiale, il furiere distribuiva le lettere. Oh una lettera di casa, in quei giorni, in quei luoghi! I fortunati che sentivan dire il proprio nome, non potevan frenare l’impeto della gioia; s’impazientivano, stropicciavano i piedi, tendevan le mani. — A me. — Mi dia la mia. — A me non me l’ha ancora data. — E a me non me la dà più? — Silenzio, e fermi al vostro posto! — gridava il furiere. E subito tutti zitti e fermi come di marmo, con che sforzo, pensatelo voi, a dover domare quella febbre. Il furiere stava lì un momento a guardarli con un brutto cipiglio, poi dava le lettere, la compagnia si scioglieva in silenzio, e ognuno andava a letto.

A notte avanzata, coloro che non potevano dormire udivano pei cameroni silenziosi un rumore di passi lenti e di voci sommesse, e levando la testa vedevano l’ufficiale di picchetto e il sergente di settimana trascorrere lungo le file dei letti, fermarsi dinanzi a quei ch’eran vuoti, l’uno domandarne e l’altro renderne conto, rimanendo poi tutti e due, al momento di uscire, un po’ di tempo immobili sul limitare della porta, e come assorti in un pensiero comune. Era ben facile l’indovinare quel pensiero! — Se accade qualcosa — diceva sottovoce l’ufficiale, — mi venga subito a avvisare. Speriamo che non ci sarà nulla. — Speriamo. — E questa parola era sempre accompagnata da un sospiro, che rivelava un sentimento assai diverso, e il più delle volte, pur troppo, assai più fondato. Forse, un’ora dopo quel-