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284 l’esercito italiano

gliato. Ora non è chi non comprenda come il sentimento di ammirazione e di gratitudine che deriva dalla notizia vaga dell’opera che prestò l’esercito a vantaggio del paese in quell’occasione, debba essere assai meno profondo e durevole, e l’esempio assai meno efficace, che non sarebbe ove si conoscesse il modo con cui quell’opera fu individualmente prestata, e i sacrifizi che costò, e i pericoli che l’accompagnarono, così da averne scolpita l’immagine nella mente, e poter rivolgere l’ammirazione a fatti determinati e legare la gratitudine a dei nomi. Alcuni di questi fatti e di questi nomi ho appunto in animo di ravvivare nella memoria di chi gli abbia scordati o non intesi mai; e m’induce a quest’opera non tanto il pensiero della dolce ed altera compiacenza ch’io proverò, come cittadino e come soldato, scrivendo una pagina tanto gloriosa per l’esercito italiano, quanto il sentimento, che è in me vivissimo, di compiere un dovere di giustizia col mettere in luce molte virtù, molti sacrifizi dimenticati od oscuri, e, oltre a ciò, il convincimento che non sia cosa inutile il porgere uno splendido esempio del come s’abbia a condurre l’uomo e il cittadino di fronte alle sventure nazionali.


Sullo scorcio del mille ottocento sessantasei, si sperava in Italia che il colèra, da cui molte provincie erano state invase in quell’anno, non sarebbe ritornato nell’anno successivo. Ritornò invece, come tutti sanno, e più fiero e più ostinato di prima, e fra tutte le provincie italiane quella che ne patì più gravi danni fu la Sicilia, della quale scriverò quasi esclusivamente, per riuscire più ordinato e più breve.

Nei mesi di gennaio e febbraio del sessantasette il colèra mietè qualche vittima nelle vicinanze di Girgenti, e specialmente in Porto Empedocle; d’onde, nel mese