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stra della scala, riconobbe che cos’era. — Lo riprenda! — disse subito, come se fosse stata scottata; e lo rimise in mano al giovane, soggiungendo in tuono quasi di risentimento: — Non sono ridotta a questo punto. — Ma la sua voce era debolissima. Il maestro sporse l’altra mano e le disse: — Ecco qui, signora Faustina; accetti il mio aiuto, la scongiuro! — La ragazza rifiutò. Poi rispose con dolcezza: — Grazie, signor Ratti. Quanto è buono! Ma non ho bisogno di nulla, le assicuro. A rivederla. Oh la buona e cara bambina! Buona notte. Ah! non dubiti, sa, ho un’anima d’acciaio! — Ma non se n’andò, e in quel momento di silenzio, parendogli di sentire che ella ansasse, il maestro fece un passo verso di lei. Tutt’a un tratto ella diede in un grido disperato: — Oh non ne posso più! Non ne posso più! Non ne posso più! — e, singhiozzando, lasciato cadere il capo sulla spalla del giovine, sentì nello stesso tempo le sue lacrime sulle guance e il suo bacio sulla bocca, un bacio solo, lungo e violento, seguito da un grido strozzato di dolore, d’amore e di gioia. Mentre le labbra di lui tornavano a cercare le sue, essa si sciolse e sparì; egli si slanciò innanzi e urtò nell’uscio chiuso, e lo baciò, e vi appoggiò contro la guancia, ansando, e stette lì, col cuore affranto dall’angoscia, e felice.


LA FINE.


Tre giorni dopo tutto era finito. La catastrofe del dramma fu precipitosa. Arrivò da Torino un delegato di pubblica sicurezza con l’ordine di rimettere la maestra al suo posto, e con la sentenza del Consiglio scolastico che condannava il comune a pagarle i dodicesimi dello stipendio dovutole per tutto il tempo in cui era stata costretta a interrompere l’insegnamento, oltre ai danni e alle spese. Il delegato andò diritto al municipio. Non era passata mezz’ora dal suo arrivo, che tutto il paese lo sapeva. Fu radunata immediatamente la Giunta e la maestra chiamata alla casa comunale. Il delegato, un’anima lunga, con un fare di