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e che il reverendo signor Cortis, non sapendo come diavolo continuare un suo discorso, è andato, con l’aiuto dei santi, in deliquio; e allora, per un caso stranissimo, tu, che eri venuta per assister me, hai assistito lui di giorno e di notte, eccetera, eccetera. Va bene?

«Cosa vuoi dire?» chiese Elena aggrottando le sopracciglia.

«Lo sai benissimo cosa voglio dire» rispose l’altro. Si trasse di tasca delle lettere e accostatosi alla lucerna, ne scelse una, la buttò sul tavolino.

«A te» diss’egli.

Elena prese la lettera palpitando malgrado se stessa, quasi vi si fossero potute scrivere cose sepolte nel cuore di lei. Corse prima a guardar la firma: non c’era. Poi diede una rapida occhiata al breve scritto in cui l’anonimo accusava lei, enfaticamente, di circuire Cortis per farsene un amante. Riconobbe la mano di sua zia.

«So chi è» diss’ella freddamente. «Conosco il carattere. E tu credi?

«Non so niente» rispose il barone, burbero. «Chi è? Mi pareva quasi di conoscerlo anch’io quel carattere.

«Tu non lo credi!» esclamò Elena. Vi era un tal fuoco, un tal impeto negli occhi e nella fronte levata di lei, che suo marito, per un momento, ammutolì.

«E se lo credessi?» diss’egli poi. «In ogni caso, se, come spero, non ci vediamo mai più, di’ a tuo cugino che rispetti il mio nome, perchè è un puro caso che io non sia suo padre. Questione di aver conosciuta la signora Cortis quattro o cinque anni prima.