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capitolo xix. 287

quello spazio fossero state in opera dieci paja d’incudini. Tutto quell’ammasso pieno d’una luce vivissima, e direi guizzante in sè stessa, era simile ad una macchina di fuoco d’artifizio quando è velata in parte dal fumo; tanto era complicato e rapido il muoversi, lo stringersi, l’aprirsi, il rivolgersi che faceva in tutte le sue parti.

L’ansietà di poter veder qualche cosa e sapere a chi toccasse il primo onore, era tale che ormai si stava per prorompere in grida e già s’udiva un crescente bisbiglio, che fu però soffocato dai cenni degli araldi, non meno che dal veder uscir fuori da quel viluppo un cavallo sciolto, talmente coperto di polvere che neppur più si capiva di che colore avesse la sella; scorrendo pel campo di mezzo galoppo si trascinava fra le zampe la briglia mezza lacerata e, mettendovi sur or un piede or un altro, si veniva dando strappate al freno che gli facean abbassar il capo, e lo mettevano a rischio di cadere; una larga ferita dietro la spalla versava una fontana di sangue nero e segnava la traccia; dopo non molti passi cadde sulle ginocchia sfinito, e si arrovesciò sul terreno. Fu conosciuto esser della parte francese.

Gli uomini d’arme intanto accoppiatisi combattevano spada a spada, e così due a due dando e ribattendo quei grandissimi colpi, e volteggiandosi intorno scambievolmente per torre il lor vantaggio, venivan dilatando la zuffa serrata dal primo assalto; la polvere cacciata dal vento più non toglieva la vista dei combattenti; si conobbe che l’uomo d’armi scavalcato era Martellin de Lambris. Fanfulla, per disgrazia del francese, gli si trovò contra, e con quella sua pazza furia, nella quale era pur molta virtù e somma perizia, gli appiccò alla visiera la lancia, in modo che lo spinse quant’era lunga a fargli assaggiar s’era soda la terra, e nel fare il bel colpo alzò la voce in modo che s’udì