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336 l’eroe.


La gente lo guardava passare, stupefatta.

Di tanto in tanto, qualcuno, vedendo la ferita che dava sangue e diventava nericcia, gli chiedeva al passaggio:

‟L’Ummá, che tieni?”

Egli non rispondeva. Andava innanzi gravemente, misurando il passo al ritmo delle musiche, con la mente un po’ alterata, sotto le vaste coperte che sbattevano al vento, tra la calca che cresceva.

All’angolo d’una via cadde, tutt’a un tratto. Il santo si fermò un istante e barcollò, in mezzo a uno scompiglio momentaneo; poi si rimise in cammino. Mattia Scafarola subentrò nel posto vuoto. Due parenti raccolsero il tramortito e lo portarono nella casa più vicina.

Anna di Céuzo, ch’era una vecchia femmina esperta nel medicare le ferite, guardò il membro informe e sanguinante; e poi scosse la testa.

‟Che ce pozze fa’?”

Ella non poteva far niente con l’arte sua.

L’Ummálido, che aveva ripreso li spiriti, non aprì bocca. Seduto, contemplava la sua ferita, tranquillamente. La mano pendeva, con le ossa stritolate, oramai perduta.

Due tre vecchi agricoltori vennero a vederla.