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banda cessò di suonare. S’avanzò il Direttore delle scuole di canto con una bacchetta in mano. A un suo cenno, tutti i ragazzi della platea s’alzarono in piedi; a un altro cenno, cominciarono a cantare. Erano settecento che cantavano una canzone bellissima, settecento voci di ragazzi che cantano insieme, com’è bello! Tutti ascoltavano, immobili: era un canto dolce, limpido, lento, che pareva un canto di chiesa. Quando tacquero, tutti applaudirono: poi tutti zitti. La distribuzione dei premi stava per cominciare. Già s’era fatto innanzi sul palco il mio piccolo maestro di seconda, col suo capo rosso e i suoi occhi vispi, che doveva leggere i nomi dei premiati. S’aspettava che entrassero i dodici ragazzi per porgere gli attestati. I giornali l’avevan già detto che sarebbero stati ragazzi di tutte le provincie d’Italia. Tutti lo sapevano e li aspettavano, guardando curiosamente dalla parte donde dovevano entrare, anche il sindaco, e gli altri signori, e il teatro intero taceva...

Tutt’a un tratto arrivarono di corsa fin sul proscenio, e rimasero schierati lì, tutti e dodici, sorridenti. Tutto il teatro, tremila persone, saltaron su, d’un colpo, prorompendo in un applauso che parve uno scoppio di tuono. I ragazzi restarono un momento come sconcertati. - Ecco l’Italia! - disse una voce sul palco. Riconobbi subito Coraci, il calabrese, vestito di nero, come sempre. Un signore del municipio, ch’era con noi, e li conosceva tutti, li indicava a mia madre: - Quel piccolo biondo è il rappresentante di Venezia. Il romano è quello alto e ricciuto. - Ce n’eran due o tre vestiti da signori; gli altri eran figliuoli d’operai, ma tutti messi bene e puliti. Il fiorentino, ch’