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Pagina:Cristoforo Colombo- storia della sua vita e dei suoi viaggi - Volume I (1857).djvu/361


capitolo quarto 353

l’Occidente, formava tutto ad un tratto un gomito immenso e si dirigeva al Nord. Tempesta, quale non fu mai che europeo ne provasse una simile in quei climi, fecein correre gran pericolo: quando cessò, si trovarono in mezzo a scogli a fior d’acqua, ad isolotti fra cui si avanzarono manifestamente guidati dalla Provvidenza. Un numero infinito di bassi-fondi formavano colà una maniera di labirinto: a vederli somigliare mazzi di verzura e di fiori, Colombo li chiamò collettivamente i Giardini della Regina. I suoi ufficiali lo supplicavano di uscir di là, ove l’indietreggiare non era men difficile dell’avanzare: si correva il risico di affondare ad ogni istante: colpi di vento, che venivano da diverse parti, costringevano a continue manovre. Impendeva doppio pericolo, a motivo degli scogli che minacciavano le chiglie e del fondo pantanoso che non tratteneva le áncore.

Fenomeni particolari attiravano l’attenzione dell’ammiraglio. I capricci dell’atmosfera presentavano una periodicità atta a sorprendere quel grande osservatore. Ogni mattina il vento veniva dall’est, ogni sera dall’ovest; e sull’entrar della notte nubi sinistre giungevano dall’Occidente, e si sviluppavano sul zenitth, presentando nelle loro profondità baleni seguiti da tuoni: ma appena la luna appariva sull’orizzonte, tai minaccianti apparenze si dileguavano incontanente. Queste singolarità atmosferiche, e questo numero prodigioso di picciole isole recavano Colombo a credere di essere nell’arcipelago dei cinque mila isolotti situati all’estremità dell’India, di cui parlano Marco Polo, e Mandeville; nè voleva abbandonarlo prima di averlo perfettamente riconosciuto.

Seguitò, pertanto, in mezzo ad incessanti pericoli, e fatiche incredibili, l’esplorazione di quelle isole, disseminate non meno di bellezze, che di pericoli: la maggior parte era disabitata: nella più grande, che l’ammiraglio chiamò Santa Maria, trovò capanne i cui abitatori fuggirono, quantità di oche, di aironi e quattro cani muti di ignobile aspetto, che gl’indigeni ingrassavano per poi mangiarli. Una vegetazione gagliarda occultava infiniti uccelli marini, cormorani, alcatraz ed anitre. I voli e le grida di papagalli d’ogni colore animavano quelle solitudini.

Roselly, Crist. Colombo, T. I. 23