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volta). — Ma lasciami dunque! Zitto! Non è forse divenuto perfetto il mondo in questo punto? Oh, la bella palla aurea e rotonda!

«Alzati» — soggiunse Zarathustra — «piccola ladra oziosa! E come? Pretenderesti sempre di stirarti, sbadigliare, sospirare, cader giù nei pozzi profondi? Ma chi sei tu? Oh anima mia!» — (e qui sabbalzò poichè un raggio di sole lo feriva su la faccia).

«O cielo che t’incurvi sopra di me» — disse sospirando e mettendosi a sedere — «tu mi stai guardando? Tu ascolti i discorsi della mia anima bizzarra?

Quando berrai tu questa goccia di rugiada, che cadde su tutte le cose terrestri, — quando berrai quest’anima strana; quando, o pozzo dell’eternità? Tu abisso sereno e terribile del meriggio! Quando berrai in te l’anima mia?».

Così parlò Zarathustra; e si levò dal suo giaciglio come se uscisse da un’ebbrezza sconosciuta: ed ecco, sul capo di lui, ancora sempre pendeva il sole. Ma da ciò qualcuno potrebbe inferir con ragione che Zarathustra non aveva dormito a lungo.


Il saluto.

Solo a ora tarda, nel pomeriggio, Zarathustra, dopo aver cercato e vagato a lungo e invano, fece ritorno alla sua caverna.

Ma quando si trovò davanti ad essa, alla distanza di forse venti passi, successe cosa inaspettata: udì egli un’altra volta fender l’aria l’acuto grido di soccorso. E, cosa più strana ancora, il grido era uscito dalla sua stessa caverna. Ma era un grido lungo, molteplice e singolare; e Zarathustra notò distintamente ch’esso si componeva di molte voci unite, e, se bene udito da lontano, sembrava uscisse da una bocca sola.

Allora Zarathustra si slanciò verso la sua caverna. Quale vista lo attendeva!

Tutti coloro ch’egli aveva incontrati quel giorno stavano ora insieme raccolti a sedere: il re di destra e il re di sinistra,